Il 12 gennaio 2004 tigre 31 ci dona uno spaccato di storia di un tempo non troppo lontano:

 

Dopo l'anno Mille i feudatari uscirono dai loro castelli e nel nome
dell'Imperatore o del Papa, o di altri, si proclamarono giustamente
proprietari dei territori circostanti.
Poi venne loro l'idea di affidare queste terre ad alcuni servi del loro
castello, dicendo: "Voi le lavorerete, al raccolto per i prodotti ricavati
faremo a metà."Il proprietario ci metteva il terreno, il servo ci avrebbe
messo il lavoro.
Così nacque la mezzadria.
Secondo questo sistema, durato un millennio e finito ai giorni nostri, tutto
era stato studiato nei minimi particolari e messo a punto in modo che al
colono non rimanesse tempo da oziare.

Incominciamo a parlare della famiglia contadina . Essa era generalmente
composta da 9-12 membri, di più nei poderi più ricchi e più grandi, di meno
in alcune magre zone collinari.

I membri erano di tre o quattro generazioni: vi erano i nonni (capoccia e
massaia); i figli (uno dei quali era il bifolco, di solito quello più
portato a curare le bestie) con le loro mogli; i nipoti ed in qualche caso i
bisnipoti. Le donne si sposavano sempre con altri contadini o, se molto
belle, con i giovani del paese vicino. Ne parleremo estesamente più avanti.

La casa era sempre ubicata nel podere. L'optimum, sarebbe stato il centro di
esso, ma per ragioni orografiche non sempre era possibile e poteva rimanere
su di un lato del podere.

Moltissime case coloniche erano ex case padronali o vecchi monasteri del XIV
e XV secolo. In qualche caso erano addirittura mura fatte di sola terra
della fine del XVII secolo, quando furono fatte case coloniche da chiamarsi
quasi "moderne".

La casa si componeva di tre o quattro camere. Poteva benissimo capitare, se
i figli erano assai, che un paio di essi finissero "ai piedi del letto"
nella camera dei genitori.

Qualora non vi fosse un salotto, "il fare all'amore" si volgeva in cucina.
Le ragazze incontravano sotto l'occhio vigile della mamma i loro innamorati.
Preciso che questo fare all'amore era solo un timido parlottio che durava
anni, anche un decennio. Verso le 10-11 di sera la fidanzata accompagnava il
suo ragazzo all'ingresso di casa e ci poteva scappare un casto bacino. Come
ho già detto il tutto si svolgeva sempre sotto l'occhio della futura
suocera, la quale, sferruzzava, dipanava la lana, preparava alcune pietanze
per l'indomani ecc.

La cucina per la maggior parte dei casi era al piano terra e d'inverno vi
venivano fatti anche piccoli lavori agricoli, come la pulitura dei salci,
cestini per le damigiane, ecc.
Nella cucina troneggiava "il canto del fuoco", cioè il focolare. Su di esso
nei giorni del gran freddo salivano i vecchi ed i più piccoli. Sotto la
cappa del camino c'era un perenne paiolo nero od una caldaina piena di acqua
calda per i vari servizi domestici. Due o più fornelli, con vari treppiedi,
completavano il focolare.

Non molto lontano dalla cucina, si trovava il forno. Il pane nella famiglia
contadina di 2-3 generazioni fa veniva fatto in casa settimanalmente, in
base agli impegni della massaia, ma generalmente il venerdì o il sabato in
modo da averlo abbastanza fresco per il giorno del Signore. La qualità del
pane era migliore di quello attuale: buono per una settimana, mangiabile
anche per due settimane.

La stalla non era di solito molto distante dalla cucina. Il capitale piu'
importante per il colono era il bestiame del quale ne era proprietario al
50% e bisognava accudirlo e controllarne sempre le condizioni di salute.
Nel caso di cucine al primo piano, vi erano strette scalette interne per
l'immediato accesso nella stalla: servivano al bifolco per andare a
governare il bestiame al mattino presto senza uscire di casa, cioé uscire
fuori al freddo, al buio, alle intemperie.

Non molto lontano dalla porta esterna della stalla, si trovava la concimaia.
Qui ogni giorno il bifolco gettava il letame prendondolo dalla stalla. Vi
era poi un rigagnolo delle orine del bestiame che andava direttamente nella
concimaia. Paglie, feci ed orine poi fermentavano nella concimaia creando un
ottimo concime organico. Il letame ("concio" nel vernacolo toscano) era
humus, ricco di tante sostanze nutritive per le piante. L'agricoltura
toscana funzionava con il letame ed il pozzo nero.

Di solito dalla cucina c'era un accesso interno per la cantina, generalmente
era all'opposto del locale stalla. Il prelevamento del vino e dell'acquetta
era giornaliero. Il vino ero molto peggio di quello odierno, aveva una
acidità talmente forte che i toscani dicevano: " ha il foco". L'altra
bevanda usatissima era l'acquetta chiamata anche vinello o con altri nomi.
L'acquetta veniva fatta, facendo rifermentare le vinaccie dalle quali era
stato spremuto l'ultimo vino. Le vinaccie non erano altro che i raspi e le
bucce delle ciocche dell'uva: venivano messe nelle bigonce, riempite di
acqua ed aggiunto un po' di acido citrico. I saccaromiceti delle bucce
facevano ripartire la fermentazione e veniva un vinello scolorito con la
gradazione alcolica di circa 1°, eppure abbastanza gradevole e frizzante. Si
conservava bene fino alla fine di giugno, dopo di che "infocava". Questo
vinello veniva bevuto dalle donne e dai ragazzi in modo da poter aumentare
la parte disponibile e vendibile del vero vino ai commercianti.

Sul tetto di solito era costruita una piccionaia. In particolare nelle
coloniche di fine Seicento i piccioni, pochi o molti, servivano per
l'alimentazione e per le vendite ai trecconi.

Attiguo alla piccionaia si trovava un piccolo locale per la stagionatura del
vinsanto. Questo "superalcoolico" veniva prodotto con uva appassita ed era
messo in caratelli del cognac o del marsala perchè aveva bisogno di aria e
caldo per invecchiare bene e concentrarsi. Secondo la leggenda alla fine del
Medioevo durante un concilio a Firenze, un vescovo bizantino disse che era
simile al vino Xanos e da qui deriva il nome di "vin santo". Questa è una
versione, l'altra è che è talmente buono... da santi.

Nei paraggi della stalla si trovava ubicata la carraia dove venivano messi i
carri agricoli ed altri materiali.

Nei paraggi della concimaia, ecco la capanna, una costruzione a due piani.
Il piano terra poteva alloggiare le conigliere e fare da deposito vario di
concimi, anticrittogamici, ecc. Al piano superiore il fieno, che
giornalmente veniva prelevato dal bifolco per il bestiame.

Non molto distante dalla capanna c'era il pagliaio, da dove il bifolco
prendeva la paglia, che costituiva la lettiera per il bestiame.

Sempre nello stesso ambito c'era la porcilaia ed al piano superiore di essa
il pollaio.

Tutte queste costruzioni erano ai lati dell' aia , che era un grosso
quadrato o rettangolo di 3O X 4O m circa. Di solito era mattonata e su di
essa veniva trebbiato il grano e gli altri prodotti del podere. Sempre
sull'aia venivano fatti i balli campestri e a volte il brescello.

Vicino all'aia il pozzo, che poteva avere l'acqua sorgiva, oppure di scarico
delle docce d'acqua piovana. In alcuni casi questa ultima soluzione non era
fattibile , in quanto i vecchi edifici non avevano docce per la raccolta
dell'acqua. In tal caso per far fronte ai bisogni di acqua della famiglia e
degli animali serviva un carro botte e l'acqua veniva prelevata anche a 2-3
km di distanza.

Una buona parte dei coloni aveva le arnie con le api, molte ricavate da
tronchi cavi di alberi.

Sempre nei paraggi della colonica vi erano il frutteto e l'orto.

La viottola che partiva dalla colonica si ricongiungeva con strade campestri
o comunali dopo pochi chilometri. In molti casi ai lati di essa c'erano i
gelsi... vi chiederete il perché. La Toscana aveva una fiorente industria
della seta ed il Granduca un paio di centinaia di anni fa promulgò una legge
in base alla quale ogni podere doveva avere almeno 4 gelsi. Molti gelsi
furono piantati lungo le viottole o strade campestri. Alcuni gelsi
sopravvivono ancora: sono piante più che centenarie e molto malmesse. La
cultura dei bachi da seta serviva per rimpinguare le scarse finanze dei
coloni. Da una microscopica bustina contenente uova di filugello nascevano
tanti bachi da consumare 10 quintali di foglie di gelso, prima servite
finemente triturate e poi intere. Da questo raccolto potevano uscire 50 Kg
di bozzoli pari a 5-6 kg di seta. La bachicoltura toscana è finita intorno a
gli anni Trenta di questo secolo.
Tigre 31 Copyright 1999-2004-

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