Il 1mo marzo 2004 tigre 31 ci regala un altro pezzo di storia:
I personaggi
del podere
Voglio ora parlarvi dei tre personaggi chiave del podere sui quali vertava
il buon funzionamento di questo, maggiori o minori risultati economici e i
rapporti sia con la proprietà sia con la direzione dell'azienda.
Il bifolco
Prima caratteristica per poter diventare bifolchi: amare svisceratamente gli
animali, andare alle esposizioni bovine e stimare le "manze" alla
pari con
le ragazze. Chi smaniava per i trattori (i primi: Bubba Ford, Landini, FIAT)
non lo sarebbe mai diventato.
Questa carica poteva toccare al primogenito od al terzogenito, bastava
nutrisse tale passione in misura maggiore dei fratelli.
All'inizio del secolo c'erano nelle nostre zone solo bovi di razza chianina,
vere montagne di carne e di potenza, animali tanto miti (da qui la famosa
poesia). La razza era autoctona e disegnata sui buccheri etruschi. I maschi,
cioè i tori, in diversi casi oltrepassavano le due tonnellate di peso.
Questi bovini erano usati per il lavoro e per l' alimentazione (le famose
"fiorentine", bistecche colossali). Successivamente fu introdotta
la razza
maremmana di più piccola mole e più rude, con le corna lunghe. Poi altre
razze del nord. Però quella che predominò fino alla fine della mezzadria fu
sempre la chianina. Tutti i bovini sono ruminanti l'evoluzione naturale
della specie li ha fatti così in quanto per non essere aggrediti durante il
pasto dalle bestie feroci dovevano mangiare velocemente e poi rifiugiarsi
in
un posto sicuro. La natura li aveva provvisti di un secondo stomaco, cioè
il
rumine, dove ci andava il cibo frettolosamente inghiottito. Poi con tutta
calma questo cibo se lo facevano ritornare in bocca, dove veniva "ruminato",
cioè rimangiato ed infine digerito.
Il buon bifolco si alzava alle ore piccole e dava ai suoi amati buoi il "
segato"(si trattava di erba , paglia, fieno ed a volte ramoscelli di
olivi,
il tutto finemente tritato dal trinciaforaggi o falcione), preparato già la
sera precedente. Poi veniva servita agli animali acqua tiepida. Tutte le
stalle avevano un attrezzo per riscaldare l'acqua perchè d'inverno usando
acqua fredda si poteva procurare una congestione ai bovini . Quando gli
animali piano piano avevano mangiato e ruminato, erano pronti per il lavoro.
Il loro maggior lavoro era arare il terreno: uno di loro era nel lavorato
,
l'altro nel terreno sodo. I bovi venivano appaiati con un giogo di legno che
li teneva uniti. A questo giogo era attaccato l'aratro per mezzo di un lungo
palo. Il compito del bifolco era quello di tenere l'aratro nella giusta
fetta, di solito 30-40 cm di terreno, con i muscoli delle sue poderose
braccia. La partenza era indicata agli animali con il comando "AAAEE",
la
fermata "LEEE", di tanto in tanto qualche altre espressione per
incitarli al lavoro.
I bovi servivano per tutti i trasporti aziendali. In questi casi il loro
giogo invece che all'aratro era attaccato ad un carro, di solito verniciato
di rosso. Sopra vi era pitturato il nome della fattoria e del podere e
l'anno di costruzione. Questo carro portava di tutto: dal letame nel podere
ai concimi dal Consorzio alla colonica, in qualche caso ho visto anche
portare gli sposi.
Vi era poi un altro carro, chiamato "botte", per il trasporto dell'acqua
dalla sorgente alla colonica.
Oltre mezzo secolo fa il nostro paese era attraversato durante il giorno da
decine e decine di carri. Quando i bovi dovevano fare un bisogno non lo
chiedevano a nessuno... lo facevano, anche nel centro della piazza e della
strada principale. Questo faceva la felicità di alcune vecchiette che sulla
finestra di casa avevano una anemica pianta di basilico. Era da tutti
risaputo che questo "odore" cresce bene con le feci dei bovi. In
affannosa
ricerca di queste "cacche" erano molti vecchietti camparaioli, cioè
la più
infima categoria dei mezzadri... gente che aveva a malapena 1-2 ha di
terreno e viveva nel paese. Tutti avevano una piccola concimaia nella
periferia del paese, dove ci portavano gli escrementi di conigli, polli e
piccioni, più questi escrementi dei bovi quando avevano la fortuna di
trovarli. In piccolo tentavano di fare il loro sugo, come il Bondi. Quando
era a puntino lo portavano nel loro campo. Altra utilizzazione di questo
sterco era la "buina", che serviva ad impemeabilizzare le aie di
terra
battuta. Alle prime piovute questa buina si disgregava ed era un blando
concime per l'erba. Nell'occasione delle sagre paesane, ovunque ci fossero
dei carri da tirare, venivano utilizzati i bovi: fosse il carnevale, nelle
cave di marmo delle Apuane, nelle feste dell'uva, ecc.
Prima di ritornare al nostro bifolco, vediamo di esaminare la vita di un
giovane colono 2-3 generazioni fa.
Egli lavorava nel podere da sole a sole, tutta la settimana, qualche volta
anche al mattino della domenica. In agricoltura ci sono dei lavori che vanno
fatti, lavori che non aspettano e se ne infischiano degli orari. La famiglia
contadina li doveva fare, diversamente non avrebbe avuto neppure il magro
reddito previsto.
La domenica sera andava "a fare un fiasco", se non aveva la fidanzata.
Non
credete che il giovane andasse in vetreria!
Egli andava al vespro dove si recavano i tre quarti dei cristiani (ed il
100% delle ragazze). Poco prima della fine della funzione, egli usciva e si
posizionava a circa 50 metri dalla chiesa. Di lì a poco sarebbero passate
le
ragazze a gruppetti, belle e ciarliere. Il nostro giovane, sigaretta in
bocca (erano le prime, sia per lui sia per l'epoca), capelli con la
brillantina (genere Rodolfo Valentino), si avvicinava alla prescelta con un
"permette signorina". Le amiche si sganciavano e lui le scodellava
su due
piedi una bella e focosa dichiarazione d'amore. In settimana il giovane,
comprato il Segretario Galante, avrebbe pari pari ricopiato una bella
lettera d'amore adatta al primo incontro. Questo se sapeva scrivere,
diversamente veniva scritta da un amico. La domenica successiva e diverse
altre, stessa storia. Se dopo un paio di mesi non scappava la promessa di
"andare in casa", allora lasciava perdere.
Ho conosciuto un colono che per 18 mesi con il sole ed il gelo ogni domenica
andava dalla sua bella con una vecchia bici a circa 10 km dalla sua
abitazione. Alla fine ebbe il sospirato sì. Ma questa donna una decina di
anni dopo lo ricoprì di corna.
Le ragazze se erano lusingate dalla richiesta o interessate, comunicavano
la
cosa alla mamma, la quale prendeva profondissime informazioni sul giovane
tramite trecconi e sensali.
Il primo principio irrinunciabile richiesto era se si trattasse di un ottimo
lavoratore; se fosse stato uno scansafatiche, la giovane veniva segregata
per mesi.
Il secondo se godeva di buona salute.
Il terzo come era il suo podere, dove la giovane sarebbe finita dopo il
matrimonio.
C'erano anche casi, come un altro mio conoscente il quale si sentì dire:
"Ripassa fra un anno, se non trovo di meglio se ne può parlare".
Pragmatismo
contadino!
Se tutto filava giusto, una domenica sera il ragazzo veniva inviatato a cena
a mangiare il coniglio arrosto con le patate e faceva la conoscenza di tutta
la famiglia.
I fidanzamenti duravano assai in quanto l'età media del matrimonio era per
la donna i 25 anni e per l' uomo i 28 anni.
Le ragazze si fidanzavano intorno ai 17-18 anni. Si può calcolare almeno 7
anni di fidanzamento in media. Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale
finirono a 11-12 anni , in quanto l'uomo era prigioniero in India o in Kenia
e quando ritornò era vicino alla trentina ed oltre.
Il raggio di questi "fiaschi" era di 2 km in quanto i giovani ci
andavano a
piedi. Dopo gli anni Venti tutti avevano la bici e il raggio si ampliò ad
una decina di chilometri.
Un curioso episodio capitò a dei giovani del nostro paese in trasferta
amorosa ad un paese vicino a circa 6 km. Era già diverse domeniche che ci
andavano, una sera furono circondati da molti giovani del posto i quali non
tolleravano attacchi al loro monopolio sulle ragazze locali. Essi chiesero
ai nostri coloni che defecassero a bove diversamente gliele avrebbero date
di santa ragione. Fortunatamente non erano stitici: si tolsero i pantaloni
e
camminando a quattro zampe adempirono ... all'ordine. Le ragazze non li
rividero più.
Di solito tra la fine di agosto e il mese di settembre c'era il brescello,
che era una specie di festa del ringraziamento sui raccolti fatti ed in
corso.
Si chiamava così perché avveniva nell'aia sotto un albero. I coloni si
trasformavano in attori recitando storie di tanti secoli fa.
Con novembre iniziavano le veglie, dove la facevano da padrone, le tante
storie di guerra. I coloni ne avevano da raccontare su questo argomenti
incominciando dalla guerra di Libia del 1915 , poi la Grande Guerra, quella
di Abissinia del 1935, quella di Spagna del 1936-39 , dulcis in fundo la
Seconda Guerra Mondiale del 1940-45.
Intanto dall'America erano arrivati i primi modernisimi trattori Fordson e
molti giovani coloni non furono più affascinati dalle " manze":
erano più
portati alla meccanica. Non divennero mai bifolchi, diventarono trattoristi
della fattoria ed in guerra carristi.
Ritorniamo ora al giovane colono, tanto amante delle " manze".
Il vecchio nonno rendeva l'anima a Dio generalmente nel campo, suo padre da
bifolco diventava capoccia e lui veniva insignito del titolo di bifolco, in
quanto più portato al bestiame dei suoi fratelli.
Il bifolco si alzava presto al mattino, per nutrire il bestiame e ripulire
la stalla e poi andava a lavorare con i bovi.
Di tanto in tanto arrotondava le sue magre entrate con delle ''attaccature"
ai camparaioli, che erano generalmente 4 ore di dura aratura a questi, che
avendo pochissimo terreno non avevano i bovi per lavorarlo.
I giovani coloni scoprirono il cinema muto dopo la Prima Guerra Mondiale e
poi il sonoro dopo gli anni Trenta. Essi lo affollavano in massa,
commentando a voce alta la trama, incoraggiavano il protagonista se si
mostrava timido verso l'amata.
Anche qualche capoccia andava al cinema. Mi ricordo di uno molto anziano che
un lunedì mattina mi diceva di aver visto al paese, la sera precedente, il
"ciuchinoritrofilo" (perchè lo considerava un divertimento per gente
stupida, "ciuchini").
I divertimenti dei giovani coloni erano il tiro con la palla di ferro o la
ruzzola. Venivano formate due squadre, fissavano l'arrivo a 3-4 km e vinceva
la squadra che ci arrivava con meno tiri.
Si divertivano con poco.
M memorabile è l'impresa di un certo Pippo che riuscì a tirare un carretto
con un sacco di grano per un'irta salita, senza mani: il suo membro faceva
da piolo alla fune fra i due manici del carretto.
Veniamo ora alla politica.
M mentre il padre era leggermente conservatore, in quanto conosceva di più
la vita, i giovani coloni si infiammarono prima per i socialisti e poi dopo
il 1921 per i comunisti.
Molti bifolchi diventarono agitatori sindacali e imbastirono dure lotte al
grido: "La terra a chi la lavora!". Le ultime agitazioni ci furono
alla fine
degli anni Quaranta. Dopo queste vicende sindacali, i contadini sconfitti
cambiarono mestiere abbandonando in massa i poderi.
Anche gli agrari furono sconfitti. Prima tentarono di gestire le aziende a
conto diretto, però molti dovettero venderle alla fine. L'agricoltura
toscana, dopo dieci secoli di mezzadria, incominciò un travaglio verso
l'industralizzazione che ai giorni nostri non è ancora terminato.
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