Il 25 aprile 2004 tigre 31 ci racconta il tempo che fu?:

 

Ben presto gli operatori agricoli si resero conto che ogni pianta aveva le
sue esigenze cioè consumava di più alcuni sali minerali e il terreno si
impoveriva di questi, mentre l'assorbimento degli altri andava in
percentuale con l'elemento presente in minor copia nel terreno. Ad esempio,
se in un terreno era scarsissimo il fosforo, la pianta poteva assorbire solo
poco azoto, anche se quest'ultimo era presente in fortissime dosi.
Le cattedre agrarie ,facevano un mastello con 8-10 doghe di diversa altezza,
ciascuna delle quali era un elemento presente nel terreno. Il mastello
poteva contenere l'acqua fino alla doga più bassa, cioè quella che
rappresentava l'elemento più scarso nel terreno. Questo esempio faceva
capire ai coloni che se una determinata pianta era ghiotta di potassio e lo
prelevava tutto dal terreno, l'anno di poi ci voleva una pianta che gradiva
l'azoto. Da qui la rotazione delle culture.
In un appezzamento di terreno, il primo anno si seminavano fave. I rizomi
delle loro radici assorbivano l'azoto atmosferico e lo trasformavano in
nitrico, grazie a dei batteri che sono nei rizomi. Parte di questo azoto
nitrico rimaneva nel terreno. Al secondo anno in quell'appezzamento si
seminava grano, ghiotto di azoto, poi per due anni foraggere, pure loro
provviste dei rizzomi fissatori di azoto, poi di nuovo grano.
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Ho molto goduto i tuoi articoli, ma permettimi di fare
un'osservazione a questo sulla rotazione delle colture.
Non sono troppo d'accordo che la rotazione sia imposta
da quello che le piante tolgono al terreno. Se cosi'
fosse sarebbe sufficiente reintegrare il deficit chimico
mediante i fertilizzanti, e questo e' infatti alla base
dell'agricoltura che sta dietro all'immagine della botte
di Liebig che tu citi: reintegro la chimica corrispondente
alla doga piu' corta (l'elemento presente in maggior
scarsita' rispetto al fabbisogno) e aumento le rese.
Ma la rotazione e' necessaria comunque perche' il problema
non e' cio' che le piante tolgono al terreno,
bensi' cio' che ci lasciano. E' per evitare un accumulo
di circostanze favorevoli alla proliferazione dei parassiti
naturali di una specie che e' opportuno spostare la coltura
(proprio come e' opportuno spostare una mandria
di pascolo in pascolo, per evitare che i parassiti si
riproducano per generazioni fino a diventare incontrollabili)
dall'appezzamento e non farvi ritorno in alcuni casi anche
per svariati anni. Le spore del fungo che attacca le
radici dei cavoli e di altri raccolti del genere brassica,
per esempio, resistono nel terreno per mi pare piu' di cinque
anni. Se non si aspetta questo periodo le spore trovano nuovamente
l'ambiente per la loro riproduzione e  l'infestazione peggiora.
Invece spesso i parassiti dell'una specie sono i predatori
dei parassiti dell'altra. Come avrebbe fatto
altrimenti a crearsi una tale varieta' biologica come
quella naturale? Chi passava a fare i trattamenti di
anticrittogamici nei millenni precedenti ?
Eppure non solo le piante non sono morte, ma hanno campato
anche meglio senza il nostro aiuto.

Filippo