Il
4 maggio 2004 tigre 31 torna indietro nella memoria… :
Gli
agrari erano la controparte della famiglia contadina, una controparte
mitica, in quanto difficilmente avvicinabile e contattabile.
Il Marchese, Conte, Barone, ... molto difficilmente si fermava a parlare con
i propri coloni. Essi ricevevano tutte le disposizioni tramite il fattore.
Vediamo di descrivere questi agrari. Alla fine del paragrafo descriverò due
di loro che erano agli antipodi per la gestione aziendale.
Molti di questi agrari erano i diretti discendenti di quelle famiglie nobili
che diedero,intorno all'anno 1.000 la loro terra a coltivare ai
loro servi
che diventarono i primi mezzadri.
Moltissime famiglie si sono estinte. Ricordiamo gli Acciaioli, potentissima
famiglia fiorentina del 1200 che realizzò la Certosa di Firenze, il castello
di Montegufoni, ecc.
Anche la famiglia Medici si estinse circa 300 anni fa. Gli ultimi due erano
omosessuali dichiarati, che inventarono il ruspo per i loro partner: una
specie di pensione.
Altre nobili famiglie sono finite in povertà e non hanno né terre né
mezzadri.
Vivi e vegeti, possiamo segnalare i Guicciardini, con castello e fattoria
nella nostra zona. I Frescobaldi che nell'ampio salone della villa di
Botinaccio hanno il loro albero genealogico di 800 anni fa che inizia con
Freschi e Baldi (non so chi sia il maschio e chi la femmina, comunque
diedero il via a questa nobile casata). Sono marchesi e hanno nel nostro
comune ben due fattorie, quella di Montecastello é stata venduta al Club
Med, il quale doveva realizzarci un bellissimo villaggio vacanze. Sennonché
la Regione ha trovato giusta la zona per una megadiscarica di rifiuti ed il
Club ha rivenduto l'azienda. La famiglia ha altre 8 aziende che
complessivamente fatturano una settantina milioni di€.
Altre nobili famiglie: i Torrigiani , i Pucci, i Bossi-Pucci, gli Antinori
ecc.
Riepilogando, una parte degli agrari erano nobili, diretti discendenti dei
castellani, un'altra parte commercianti o industriali e c'era anche qualche
politico. In questa ultima categoria possiamo ricordare Sidney Sonnino,
varie volte presidente del consiglio dei ministri nei primi decenni del
secolo XX nonché ministro degli esteri al trattato di Versailles dopo la
fine della Prima Guerra Mondiale. I suoi genitori, ebreipisani-
anglo-egiziani, acquistarono una grande fattoria nel nostro comune circa 150
anni fa.
Anche industriali tessili pratesi e qualcuno anche lombardo acquistarono
fattorie nella nostra zona, sicuri che la terra è un bene rifugio migliore
della cartamoneta. Come con facilità le acquistarono, quando nel settore
cambiò il vento le rivendettero.
Piccoli agrari nacquero anche dalla categoria dei fattori, come racconterò
più avanti, comunque all'inizio del secolo XX° la maggior parte delle
fattorie era in mano alle famiglie nobili.
L'agrario toscano viveva e vive in città in un bel palazzo del Quattrocento
o Cinquecento, con il maggiordomo e tanta servitù, con i migliori agi
possibili, tanto nelle fattorie aveva il fattore che pensava a tutto.
Questi in campagna era coaudivato da un paio di sottofattori ed altrettanti
apprendisti: il terzo uomo, uno o più guardia, cioè un notevole staff per
poter gestire bene l'azienda.
Nel caso che l'agrario avesse più di una fattoria (e accadeva sovente) egli
aveva il maestro di casa che controllava e coordinava il tutto. Era il suo
maxidirettore con carta bianca nel fare e disfare, all'agrario bastava avere
i soldi per poter vivere bene.
Molti agrari erano ufficiali del Regio Esercito, come i due dei quali ne
parlerò più avanti.
Qui sta l'enorme diversità delle due agricolture: quella Toscana e quella
Lombarda.
Da noi avevamo un proprietario assenteista, che delegava tutto agli altri
i
quali, più o meno " tangentavano" e si creavano propri capitali.
L'agrario lombardo lavorava insieme ai suoi operai nella cascina, viveva la
vita dei campi a contatto diretto, non delegava niente a nessuno e quando
fu
necessario indistrializzarsi, fu lui il primo attore che sapeva cosa serviva
e cosa si doveva produrre. Fu lui che dette il via all'industrializzazione
italiana, prima costruendo le macchine per la lavorazione della seta, poi
con l'arrivo del cotone, creando le macchine per questo prodotto. Aveva i
capitali ed aveva la competenza per poterlo fare. Era già un capitano
d'industria ante litteram.
Il nostro agrario che viveva nel suo bel palazzo fiorentino,lucchese
o
senese non aveva capacità e conoscenze, non viveva nel mondo del lavoro e
non aveva neppure capitali da rischiare , in quanto era stato "tangentato"
per secoli. Qui sono nati i problemi della nostra agricoltura, che dalla
fine della mezzadria non riesce ad uscire dal lungo tunnel in cui si è
infilata.
I figli dell'agrario frequentano i migliori collegi e si sposano
generalmente fra di loro, cioé con membri di famiglie nobili e solo di
recente con membri di fortuna industriale o commerciale. E' solo di questa
seconda metà del secolo che la figlia del ferroviere emiliano sposa il
figlio del conte Marzotto solo perché è una bella indossatrice. Un secolo
fa
la baronessina Zappi (con due fattorie in dote) sposava un marchese che
possedesse pure lui due fattorie.
Alcuni agrari erano cacciatori e si recavano nella loro fattooria ,
nell'occasione dell'apertura della caccia. Cacciavano ossequiati da fattori,
fattoresse, autorità locali ecc.
Ci potevano essere gite a cavallo nella tenuta, poi bei banchetti infine
ritornavano al loro ben palazzo in città,dopo non molti giorni.
Erano rari quelli che seguivano la vita delle loro aziende, controllando il
mensile di fine mese per vedere come queste funzionavano.
Vediamo ora come era organizzata una tipica tenuta mezzadrile , nella
Toscana centrale, sessanta anni fà.
Incominciamo dalla abitazione del proprietario usata quando veniva a
visitare la sua tenuta e cioé la villa.
Per la maggior parte erano del Cinquecento o Seicento. Ampia doppia
scalinata per l'ingresso, appena entrati un bellissimo salone per le feste,
di solito con il soffitto alla veneziana, una bella scala portava al piano
di sopra dove c'erano le camere da 4 a 6, i letti generalmente con il
baldacchino. Gabinetti di solito uno alla turca, bagni rari. Ritorniamo al
piano di sotto: una bellissima cucina con tanti servitori, nei paraggi una
bella biblioteca, con tanti libri mai letti. Molti quadri alle pareti ,
molti di centinaia di anni. Un piccolo appartamentino poteva completare il
primo piano.
Di fianco alla villa cappella o chiesetta (al tempo le vocazioni erano
tante, di fronte ai meno di 36 .000 preti attuali si andava a quei tempi
oltre i 120 .000). Distaccare un prete ad una fattoria, ben campato, per la
chiesa era una cosa fattibile. Questo consentiva le due o tre settimane in
cui i proprietari erano in villa di avere la messa "in casa" (un
must
dell'epoca).
Generalmente uno o più antenati erano sepolti nelle cappella in quanto è
appunto di 200 anni fa l'editto napoleonico sui cimiteri, prima serviva un
luogo consacrato.
La villa generalmente al piano terra aveva dei locali per la servitù ,
mentre il sottosuolo di solito era trasformato in cantina, con comunicazione
dalla fattoria, che era attigua.
Nella parte della villa esposta al sole c'era sempre la meridiana , così i
coloni potevano confrontare la loro ora (che avevano in testa!) con quella
del sole.
Non mancava mai un parco con alberi secolari.
Accanto alla villa c'era la fattoria.
Incominciamo a raccontare dal fondo di essa: la cantina.
Qui facevano bella mostra una lunga fila di botti secolari, sopra alle scale
lo strettoio che serviva per stringere le vinacce dopo la fermentazione
dell'uva.
Chi forniva la forza motrice, erano prima i coloni e gli animali, dopo
l'energia elettrica. Allo stesso piano si trovavano i magazzini per le
granaglie, concimi, mangimi, anticrittogamici ecc.
Nei paraggi c'era anche il deposito delle macchine aziendali, vaporini,
trattori, seminatrici, falciatrici ecc.
Poi vi era la coppaia , per la conservazione dell'olio di oliva, dove la
luce doveva essere ridotta per non deteriorare l'olio contenuto in coppi
fatti all' Impruneta.
Erano impermeabilizzati con una sostanza che ora è considerata cancerogena,
questi coppi portavano la data di centinaia di anni prima.
Sempre nel corpo della fattoria c'era la stanza per la conservazione dei
salumi, del suino aziendale, più quella dei prosciutti di spettanza dei
patti colonici. Servivano molto bene sia per i pranzi dei padroni e clienti
sia ad uso aziendale.
Sul piazzale nel passato si affacciavano le stalle aziendali con le
carrozze, in tempi più recenti gli automezzi della fattoria.
Sulla volta della porta troneggiavano teste di cavalli in terracotta.
A questo punto parliamo dello scrittoio, il cervello dell'azienda, un locale
sempre ubicato all'inizio della fattoria dove venivano i coloni a chiedere
o
disdettare il podere o a chiedere soldi.
Qui venivano ricevuti i fornitori ed i clienti. Era il dominio incontestato
del fattore. Una piccola scrivania serviva per i sottofattori. C'era un
piccolissimo locale per la gradazione del vino con l'alcoolimetro. Alle
pareti non mancavano i trofei di mostre agricole-zootecniche di inizio
secolo. Qui si pagava il fattore a fine mese e poi egli pagava i
sottofattori, la fattoressa, il guardia e gli operai agricoli.
Al piano di sopra, la cucina della fattoria: grande, immensa, con il canto
del fuoco ed un grande tavolo per i pranzi fatti ai clienti quando
ritiravano i prodotti aziendali.
Poi 3-4 stanze che costituivano l'appartamento privato del fattore.
Non sempre la fattoressa era la moglie del fattore. Generalmente era una
ragazza sulla trentina, ex contadina rimasta nubile, molto in gamba. Pure
lei aveva un paio di stanze personali. Il suo compito era il governo della
casa. Aveva anche un notevole pollaio che serviva per i pranzi aziendali;
era sottointeso che essa poteva vendere una parte di animali in eccesso ai
vari trecconi in quanto la sua paga non era eccelsa.
Diamo qualche salario intorno al 1950- Fattore 24.000£ , sottofattore
15.000, fattoressa 9.000 , idem guardia , operai a giornata 575 se' fissi
725 se' avventizi.
Al secondo piano si trovavano le stanze per la conservazione della frutta,
castagne, ecc. In questi locali venivano messi anche i coppi dell'aceto (che
per venire ottimo aveva bisogno di luce ed aria... la sua materia prima è
il
vino che per ragioni varie ha già un'alta acidità volatile).
Poi, sul tetto, l'immancabile colombaia con al fianco i locali per il vin
santo (anche esso aveva bisogno di un locale caldo e ben ventilato per
affinarsi e perdere acqua).
Nei locali sopra alla cantina vi erano degli stanzoni con stuoie per fare
appassire il governo. Niente a che vedere con quello di Roma, si trattava
di
uva scelta che serviva per la rifermentazione del Chianti.
Il gruppo villa-fattoria , aveva sempre nelle vicinanze una colonica, di cui
ne ho già parlato.
Un certo quantitivo di arnie era posizionato nel parco per avere miele a
sufficenza per i bisogni del proprietario e della fattoria.
La fattoria aveva sempre due orti: quello invernale, bene esposto a solatio,
generalmente con una piccola stazioncina meteorologica, della quale solo il
pluviometro era funzionante. L'altro orto estivo era nei paraggi di una
sorgente d'acqua.
Nel parco della villa era ubicato un pallaio dove i coloni, la domenica
pomeriggio, giocavano interminabili partite.
Se la fattoria era importante aveva anche la falegnameria, che serviva per
riparare carri, vasi vinari, infissi ecc.
Se vi era anche un discreto bosco non mancava il peso pubblico per pesare
il
legname.
Quasi sempre vi era il maniscalco per ferrare i bovi ed eventuali cavalli
aziendali.
L'insieme era bello ed interessante, però l'agrario ci passava solo qualche
settimana all'anno, poi rientrava in città dove aveva i suoi club. Le loro
mogli erano dame di carità e molti prodotti dei "patti" finivano
a monasteri
ed orfanotrofi.
Gli agrari ed il fascismo
Finita la Prima Guerra Mondiale le masse contadine che l'avevano fatta in
prima persona (con 600000 morti ed un pò piò di feriti) incominciarono a
reclamare migliori condizioni di vita.
Buona parte si dichiararono prima socialiste e, dopo la scissione di
Livorno, comuniste. In molti casi gli agrari furono fischiati dai loro
coloni i quali avevano lo slogan "La terra a chi la lavora".
Per paura di perderla gli agrari si appoggiarono decisamente al fascismo,
finanziandolo insieme agli industriali. Lo staff aziendale, intimamente
gregario , fu fra i primi a diventare fascista dopo il 1921.
Due agrari
Veniamo a parlare dei due agrari da me ben conosciuti: il primo si chiamava
Mario, il secondo era il marchese Denigris.
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