Il 31 gennaio 2004 tigre 31 ci dona schegge di storia rurale:

 

Questa è una storia...
e tu cara figlia dirai con Celentano "... di uno di noi, ecc."
Invece no, questa è la storia di un figlio di un mugnaio. Nessun riferimento
al Gatto con gli Stivali, ma ad una persona molto in gamba ed
intraprendente.

Agosto 1925
Pulizia della gora del Mulinaccio nella fattoria di Voltiggiano, alto
Valdarno.
La gora con le piene del fiume, dal quale era alimentata con un fossato
lungo circa 1500 metri una volta all'anno, doveva essere ripulita perché la
metà di essa si riempiva di mota. Se ci fosse stata la necessità di macinare
molto, l'acqua non sarebbe stata sufficiente per alimentare la ruota della
turbina che con un gioco di cinghie e frizioni alimentava le tre macine
(sulla prima di esse troneggiava la scritta A. D. 1770).
L'affittuario Cantini parlava con il Barone proprietario della fattoria e di
tanto in tanto tossiva. Purtroppo la polvere della farina è tremenda ed
intasa i polmoni. Allora per i mugnai era una malattia professionale,
nessuno vi sfuggiva. Di lato alla gora c'era un pozzetto pieno d'acqua ed i
due figli del mugnaio Piero e Carlo con un retino acchiappavano i pesci
rimasti all'asciutto e li mettevano in questo pozzetto. Per i due ragazzi,
che potevano avere 12-14 anni, questo era il giorno del massimo
divertimento. Quando i due operai toglievano la mota facendola defluire nel
rigagnolo dell'acqua, un robusto retino impediva ai pesci di sfuggire ed i
due ragazzi sempre scherzando li prendevano e li mettevano in questo
pozzino. La raccolta dei pesci anche quell'anno era stata eccezionale:
grossi barbi, gigantesche anguille, più altre specie. Mamma Teresa li
avrebbe fatti fritti, in umido, marinati e quelli che rimanevano sarebbero
stati regalati ad amici e parenti.

Il barone ed il mugnaio parlavano di politica. Tutti e due fascisti della
prima ora. Il barone disse: "Quelle tre grosse anguille mandamele in
fattoria domani. Le porto a Firenze. Il nostro cuoco è stato maestro di
bordo sulle navi ed è eccezionale per cucinare il pesce".
"Senz'altro", disse il mugnaio "La mi dica delle leggi che sta facendo
Mussolini". In quel momento Carlo, il figlio più piccolo, sdrucciolò nella
mota e cadde sulla sua gamba sinistra, incominciando a piangere. Il barone,
uomo di grande esperienza, disse che senz'altro si era rotta la gamba. Il
mugnaio pensava invece che fosse una cosa da poco. Il barone, che aveva la
macchina nel piazzale antistante il mulino, portò velocemente il ragazzo ad
un ospedale fiorentino. La diagnosi del barone era giusta e Carlo rimase
leggermente claudicante per tutta la vita.

Passarono gli anni. Il babbo dei due ragazzi morì durante la guerra
d'Abissinia.
Gino il più grande fu inviato a combattere in Spagna con una divisione di
CC.NN. Lui fu uno dei pochi veramente "volontari".
Carlo invece fu scartato alla visita di leva. L'ufficiale gli disse che non
avrebbe potuto fare lunghe marce.
Carlo era la mente del mulino e fortemente portato alla meccanica. Modificò
le pale della vecchia turbina, quella dove cadeva l'acqua che metteva in
moto le macine e fece delle migliorie alle trasmissioni di esse.
Si sposò con una maestrina venuta dalla città ad insegnare in una scuola
rurale della zona ed ebbe una figlia.

Il vecchio barone con il fattore lo venivano spesso a trovare. Quest'ultimo
gli disse che lui faceva parte della ottava generazione che aveva in affitto
il mulino.

Dopo la guerra di Spagna neri nuvoloni di guerra si addensavano sull'Europa,
infatti il primo settembre del 1939 scoppiò la Seconda Guerra Mondiale.
Gino fu subito richiamato. Dopo essere stato su vari fronti, nel 1941 fu
inviato in Russia con le truppe dell'Armir e di lui non se ne seppe più
nulla. Ovvero, un suo amico disse di aver visto Gino in testa ad un gruppo
di alpini ai primi giorni del 1943 che si ritiravano dopo lo sfondamento del
fronte del Don da parte dell'Armata Rossa.

L'Italia non era autosufficente per quanto riguarda il raccolto del grano ed
il duce per prima cosa mise la tessera: 200 g di pane integrale al dì per
ogni italiano. Allora era veramente poco, perché il companatico era un plus.
Gli italiani vivevano a pane, la carne era esigua, idem i formaggi. Ai
produttori coloni o mezzadri invece veniva rilasciato 200 kg di grano annui.
Dal nonno al nipote una famiglia aveva 8 componenti, poteva trattenersi 16
quintali di grano. Per la macinazione ogni anno veniva rilasciato un
cartoncino sul quale l'utilizzatore doveva segnare il quantitativo di grano
e la data in modo se un eventuale controllo annonario lo avesse fermato per
strada esso era giustificato. Si presume che un 10-15% di grano le famiglie
coloniche non lo registrassero così avevano una eccedenza da far macinare.

Carlo si studiò bene la cosa. La mancanza dell ora metteva in grado i suoi
clienti che erano nel raggio di 2-3 km di far due viaggi al mulino nel caso
di mancato controllo su strada. Altra situazione di favore per lui era il
fatto che i concorrenti avevano i mulini che andavano a corrente... non era
difficile fare il conto: tanti kW, tanti quintali di grano. Lui andava ad
acqua... non quantificabile! Inoltre la sua famiglia era fascistissima, suo
padre nel 1921 aveva partecipato alla spedizione a Sarzana, piccola
cittadella rossa. Il segretario politico era suo amico d'infanzia. Insomma
con la tessera vi era da guadagnare tanti soldi prendendoli ai "pescicani"
(con questo termine venivano chiamate le famiglie bene che potevano
acquistare a mercato nero). Carlo aveva un locale piccolo di 2x3 metri da
dove partivano le cinghie per le macine. Vi si accedeva da una passarella
che sembrava quella dei film africani di avventura: fortemente traballante
sul fosso ribollente dell'acqua della turbina. La passarella non fu mai
restaurata. Da questo casotto partivano le cinghie, che finivano alle
macine. Il nostro mugnaio ebbe un paio di ispezioni ma mai si avventurarono
sulla passarella. Lui il plus di farina lo teneva in questo casotto. Il
sistema era questo: Carlo macinava il grano in eccesso ai clienti sicuri e
non chiacchieroni mentre per il regolare prendeva poche lire + 1% di
spolvero, a questi prendeva il 10% di farina. Per la vendita ci pensava un
treccone locale il quale metteva il sacco della farina sotto i polli quando
andava a Firenze a fare il mercato. Il segnale era un paio di mutande lunghe
del babbo messe ad un terrazzo. Il prezzo era 10 volte tanto del prezzo del
calmiere statale. Il nostro mugnaio oltre che della meccanica era un
passionista del sistema metrico decimale: a lui tutto andava per 10. Nella
chiamamola "reception" del mulino troneggiavano due ritratti del Duce: in
uno faceva l'imboccatore, nell'altro falciava il grano. Quando arrivavano
molte persone a cercare di acquistare un po di farina il nostro con il dito
lo indicava e diceva che "lui" non voleva. Se avesse accontentato questa
gente molto probabilmente sarebbe stato scoperto anche da spie e il nostro
non l'avrebbe fatta franca.

Man mano che i soldini aumentavano a Firenze un suo cognato gli acquistava
appartamenti e terreni fabbricativi.
Il treccone probabilmente aveva guadagnato più di lui perché nel dopoguerra
entrò socio in un'importante società.
Anche il fattore ci ricavò assai.

Non tutti furono così fortunati. Ci furono dei fucilati per il mercato nero
ed alcuni che si fecero mesi di prigione. Con questo mi sembra di aver
chiarito quello che allora veniva chiamata borsa nera: i prodotti mai
finirono alla povera gente ma solo ai ricchi che potevano pagare il prodotto
10 o più volte quello che era il suo costo.

Siamo cosi arrivati al 1948.
Carlo riusciva a fiutare il vento sempre con largo anticipo. Il futuro non
era dei coloni che di tanto in tanto imbastivano tremende agitazioni verso
gli agrari. Era una guerra fra perdenti e la persero entrambi: i coloni
divennero operai e gli agrari dovettero vendere in buona parte le aziende.
Non era neppure più il tempo del mulino ad acqua.
"In secoli di vita il mondo cambia e anche noi dobbiamo cambiare", questo
diceva il nostro bravo mugnaio.
A Fucecchio aveva un amico certo Balli il quale aveva iniziato a vendere
delle macchinette da calze di una ditta inglese, certa Bedford. Queste
macchinette riuscivano a fare una calza di nylon completamente tubolare.
Fino ad allora le calze venivano fatte con i telai cotton che facevano la
calza aperta scalandola fino alla caviglia. La calza veniva poi cucita.
Molte volte era la disperazione delle donne quando questa cucitura girava. I
telai cotton costavano fior di milioni dell'epoca, mentre questa macchinetta
costava pochi soldi e portò la realizzazzione delle calze quasi al livello
del lavoro a domicilio.
Carlo vedendo alcune donne lavorare con il cono del filato che le sovrastava
e con questo filo che faceva la calza disse all'amico "Ne acquisto sei,
consegna nel mio fondo di Firenze. Intanto faccio fuori il mulino."

1949
Carlo con la moglie e la figlia sono a Firenze in un bell'appartamento sotto
al quale in un grande stanzone vi sono le sei macchinette da calze. Intanto
la figlia viene inviata in Inghilterra a perfezionarsi con la lingua. Penso
sia stata una delle prime italiane "alla pari" in questa nazione.

1951
Carlo produce con le sua macchinette le calze per una ditta di Stabbia. Il
nostro sta bene, non è tanto per l'utile quanto per fare qualcosa.
Un giorno si ferma di fronte alla sua abitazione una bella Lancia con tanto
di autista gallonato. Ne scende un distinto signore sulla sessantina, chiede
di Carlo e si presenta: "Sono il commendatore Ravenna della manifattura
Calze Imperial di Milano. La nostra azienda produce calze sui Cotton. La
nostro rete di vendita in Italia e nel mondo ci richiede anche calze senza
cucitura. Il vostro nominativo ci è stato fornito dal sig. Balli il quale ci
ha dato le migliori informazioni sul vostro conto. Il prezzo massimo che noi
possiamo pagare sono 2400 lire a dozzina assortite 1-2-2-1 (voleva dire x 6
paia I dell 8.I/2 2 del 9 due del 9. I/2 una del 10). Ovviamente le tingiamo
noi. Le lascio il mio biglietto da visita, Pagamento a 30 giorni sulla
Cariplo". Il commenda risale in macchina e va verso Peretola.
Carlo va alla sua banca e prende le informazioni. L'azienda è del 1935 ed il
commenda è ebreo. Nessun rilievo da fare sulla serietà della ditta. Carlo
lascia la ditta di Stabbia e per tre annate lavora con la Imperial.
Nel 1954 questa ditta fa fallimento ed il nostro ex mugnaio ci rimette solo
le ultime due partite di calze. Da questo momento Carlo decide di lavorare
in proprio e crea la Dorada cioè la calza dorata. Si improvvisa venditore:
crea una rete di vendita. La moglie bravissima fa la contabilità, la figlia
quasi dottoressa segue l'export. Usa la tintoria milanese della ex Imperial
che ha sempre avuto i giusti colori e tonalità. Pressato dalla concorrenza
nel suo capannoncino ripensa alla alimentazione di queste macchinette: una
sola alimentazione era troppo scarsa, ci voleva troppo tempo. Se
l'alimentazione fosse stata duplice si sarebbe dimezzato il tempo, meglio se
quadruplice: si sarebe avuto la calza con solo il 25% del tempo. Con il suo
pallino della meccanica e l'aiuto di un fabbro locale riesce a portare la
macchina a 4 alimentazioni.

Un giorno capita l'amico Balli, sempre venditore della Bedford. Vide la
modifica e si mise a fare il fabbricante di macchine da calze partendo con
l'alimentazione a 8 fili. Fece un boom colossale però 15 anni dopo fece
egualmente un fallimento colossale e l'azienda finì alle partecipazioni
statali.

1960
La bella figlia del nostro mugnaio sposa uno dei più importanti industriali
della nostra zona. Questo giovane aveva frequentato i collegi svizzeri e
aveva preso tendenze non proprio mascoline. Carlo attese invano i nipotini
che non arrivarono mai.

1970
La Dorada non conosce crisi. Le prime novità nei filati sintetici le sono
offerte... Carlo modifica in continuazione le sue macchinette: è arrivato a
12 alimentazioni. Il matrimonio della figlia non funziona. Le consiglia di
lasciare il marito ma lei è una di quelle donne che ama per la vita.

1980
Carlo è pieno di soldi. Ha ormai 70 anni e vende la Dorada ad un primario
gruppo italiano del settore. Di tanto in tanto ripensa al suo mulino. E'
libero di vedere il mondo: va negli USA, di fronte alle cascate del Niagara
dice alla moglie: "Quanti mulini potrebbero azionare queste cascate!".
Alla moglie viene la certezza che Carlo pensi sempre al suo vecchio mulino.
Anche se erano passati tanti anni ritornata a casa si informò della fattoria
e del mulino. La prima era stata venduta a molti fiorentini nelle cui case
ci passavano i week-end, il mulino era abbandonato. Quando i due coniugi
chiesero di acquistarlo venne avanzata la richiesta di oltre un miliardo
Carlo non aveva mai fatto cattivi affari e non voleva iniziare in tarda età.
Carlo in USA aveva visto che molti musei di macchine agricole erano mancanti
dei trattori italiani degli anni Venti e con il Balli acquistarono dalle
fattorie toscane diversi di questi mezzi che poi assemblandoli, prendendo i
pezzi migliori, riuscì a creare dei trattori funzionanti della Bubba,
Landini, Orsi ecc. Purtroppo sotto uno di questi ci rimase il suo vecchio
amico Balli.

Intanto la fattoria era fallita e per pochissimi denari il nostro ebbe il
suo vecchio mulino. Carlo era ormai a 80 anni: il riavere il vecchio mulino
dove era nato gli diede nuovo vigore. Fece ripulire la gora, fece dissodare
l'orto mentre la sua brava compagna della sua vita era fortemente malata si
raccomandava al Signore di farla morire nel mulino di suo marito. Così fu.
Dopo un mese che erano ritornati in quella casa, la moglie passò a miglior
vita.

Carlo è tuttora vivo. Abita con 4 o 5 gatti, riprende ad azionare il mulino
solo quando qualche ristorante porta a macinare del grano con la farina del
quale si fa fare il pane da una vecchia contadina.
Si vede questo vecchietto sempre piu claudicante azionare la macina 1770,
poi alza gli occhi alle foto di Benito, pensa alla sua metà più bella e tira
ancora a campare.
Tigre 31 Copyright 1999-2004-

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