Il 22 giugno 2004 tigre 31 ci incanta ancora:
Voglio ora parlarvi dei tre personaggi chiave del podere sui
quali vertava
il buon funzionamento di questo, maggiori o minori risultati economici e
buoni rapporti, sia con la proprietà sia con la direzione dell'azienda.
Il capoccia
Era il capoccia , la sua croce, valeva il contratto di un notaio, sia allo
scrittoio della fattoria sia nei contratti di compravendita.
Ho detto croce in quanto generalmente il capoccia era analfabeta e solo in
minima parte era in grado di apporre una propria firma.
La sua funzione nella famiglia era quella di direttore e coordinatore di
tutte le attività del podere. Nel moderno ed attuale management si dice che
egli era un C.E.O.
Capoccia di solito si diventava dopo aver passato la cinquantina, cioè
quando moriva il padre. Oggi si dice che la vita è enormemente allungata...
i capoccia che io ho conosciuto erano tutti , fra i settanta e gli ottanta
anni: si vede che era un mestiere per uomini longevi!
Descriviamo ora la sua giornata tipo.
Il capoccia si alzava presto. Prima visita alla stalla, dove il bifolco (che
poteva essere il primogenito o altro figlio "portato" al bestiame)
rifocillava gli animali. Insieme capoccia e bifolco trattavano i problemi
inerenti al podere, ad esempio le vacche da portare alla monta taurina, la
sostituzione dei bovi ormai vecchi, loro ferratura e pulitura degli zoccoli,
vendita dei vitelli ecc.
Per la famiglia contadina il bestiame era tutto anche se ne erano
proprietari solo del 5O %.
Poi il capoccia passava dalla cucina per fare una ricca colazione: in
inverno la classica ribollita (tipica minestra toscana di pane e verdure
fatta il giorno prima nella misura di diversi tegami, uno dei quali lasciato
da parte per fare la ribollita del mattino, condita da ottimo olio di
oliva). Poi un po' di pane con formaggi o salumi (pure questi erano in base
ai periodi, ci poteva essere la soppressata, il buristio, la finocchiona,
la
spalla o il rigatino e dulcis in fundo l'unico prosciutto in quanto l'altro
era stato consegnato alla fattoria). Come bevanda orzo di sua produzione con
latte di capra o di pecora.
Fatta colazione il nostro capoccia poteva andare circa una volta alla
settimana a dare una occhiata alla cantina generalmente gestita da un altro
suo figlio. Veniva assaggiato il vino dalle botti tramite uno zipolo, dal
quale usciva il vino in piccole quantità. Si giudicava se "era in beva"
e se
era giusto poterlo vendere, oppure se era necessario prenderne un campione
ed inviarlo ad un gabinetto di analisi per eventuali correzioni.
Buona parte del vino veniva venduto per poter far fronte alle moltiplici
spese famigliari.
Dopo di che il capoccia faceva visita alla sua "vecchia" cioè la
massaia, la
quale poteva essere nel pollaio a raccogliere le uova fatte dalle galline
e
controllare se qualcuna di esse fosse in grado di covare, se vi fossero
malattie fra gli animali o altre piccli problemi.
La massaia era la regina della casa: accudiva il pollaio, che le rendeva
bene in quanto oltre ad usare polli, conigli, anatre, ecc. per il fabbisogno
familiare, molti capi venivano venduti ai trecconi di passaggio utilizzando
la valuta per i corredi alle figlie, per i regalini alle nuore ed ai nipoti.
Altro regno della massaia era l'orto, qui per i lavori più pesanti la
massaia veniva aiutata dagli uomini di casa.
A quel tempo acquistare frutta e verdura presso i negozi era impensabile.
In
alcuni periodi la produzione dell'orto era addirittura eccessiva per la
famiglia, in altri periodi scarsa.
Incontrata la massaia, il nostro capoccia si incamminava dentro il podere
dove già fervevano i lavori.
Figli, nuore e nipoti vangavano, zappavano, aravano, potavano e facevano
tutto quanto era necessario fare di comune accordo e di buona lena. Poteva
darsi che passasse il fattore, il capoccia gli spiegava cosa avrebbe
seminato in quel determinato campo e insieme discutevano sul da farsi.
Accadeva che in un campo uscisse "l'umido" cioè macchie di umidità
e
potevano studiare di farci una fossa con tanto di fognatura per eliminarla.
Il fattore diceva la sua, idem il capoccia, alla fine da buoni pragmatisti
trovavano sempre un punto d'incontro sui vari problemi.
Fra una cosa e l'altra era arrivato mezzogiorno e la famiglia faceva ritorno
a casa, dove la massaia aveva preparato il pranzo.
Il nostro capoccia si siedeva capotavola. La massaia lo serviva per primo.
Il pranzo iniziava generalmente con la minestra che poteva essere di pane,
pane e pasta o solo brodo.
Se il primo piatto avanzava, veniva messo a disposizione dei più affamati,
se mancava ogni componente ne rendeva un po'.
Il pranzo veniva consumato in tutta calma: nella famiglia contadina non
esisteva il "fast food". I prodotti erano costati tempo e fatica
e venivano
apprezzati in pieno.
Il secondo era un prodotto del pollaio o dell'orto o di entrambi.
L'eventuale frutta era quella del podere ed era presente solo in una metà
dell'anno.
Uno dei compiti del capoccia era quello settimanalmente di andare a "fare
il
mercato" nel paese vicino. Gli serviva per rendersi conto dei prezzi
dei
prodotti agricoli, dei concimi, degli anticrittogamici, del bestiame ecc.
Previo accordo con il fattore, poteva ordinare al consorzio agrario i
prodotti che gli servivano per il podere. Di tanto in tanto nell'occasione
del mercato, andava in banca a vedere quanto gli avevano "fruttato"
i suoi
esigui e sudati risparmi. Nelle occasioni del mercato poteva acquistare
qualcosa per la famiglia od in particolare per i nipotini. Allora erano i
nonni, che avevano più disponibilità dei genitori e potevano fare i piccoli
regali.
Sul finire del periodo della mezzadria, furono alcuni capoccia (contadini
ricchi) ad intraprendere nuove attività extra agricole. Ci furono casi di
figli di capoccia entrati come dipendenti in aziende industriali che
impararono così bene il mestiere, da mettersi velocemente in proprio
sorpassando i maestri.
Il capoccia per la fattoria era come il Papa: rimaneva in carica fino a
quando non moriva, poteva avere 8O o più anni, essere arteriosclerotico,
avere figli nella famiglia di 6O anni, nipoti di 30... però la controparte
ed il responsabile era lui, che con la sua croce tremolante firmava i saldi
colonici che avvenivano ogni anno.
Anche se mal messo e afflitto da varie malattie, il BIG era lui. Quando
decedeva (solitamente nel podere, qualche volta nella sua camera, quasi mai
all'ospedale) gli succedeva il primogenito, di solito bifolco.
Nell'ultimo periodo della mezzadria, alla morte del capoccia, un unico
figlio rimaneva nel podere, tutti gli altri, passavano ad attività extra
agricole. Anche prima di questo periodo alla sua morte in diversi casi la
famiglia si sfasciava: un paio di figli rimanevano nel podere e gli altri
prendevano un altro podere. Ho conosciuto famiglie che si sono avvicendate
nello stesso podere per 7- 8 generazioni, diciamo anche 200 anni.
In buona parte delle coloniche mancava la luce elettrica. Nella cucina, che
era anche la stanza da pranzo, c'era un grosso lume a petrolio o carburo,
nelle altre stanze l'illuminazione avveniva con candele o lumi ad olio che
erano le esatte riproduzioni di lucerne etrusche. Per l'olio veniva usato
l'olio cosidetto dell' "inferno", non buono per cucinare. L'orario
di lavoro
era "da sole a sole": quando esso tramantava, la famiglia andava
a cena e
poi a letto, salvo per il periodo delle veglie.
L'acqua corrente in casa era una cosa ultrarara. Ho conosciuto una sola
famiglia che l'aveva diretta in casa: la colonica era sotto una collina, in
cima alla quale vi era una sorgente con un tubo di eternit (ora
cancerogeno). Il colono si era portato l'acqua nell'acquaio della cucina.
Per il resto avere una fonte dei paraggi era una cosa eccezionale, i più
dovevano ricorrere al carro botte, specie in estate ed andare a prenderla
anche a 2- 3 km.
La viabilità era generalmente scadente: poche case erano nei pressi della
strada maestra.
Per quanto riguarda i servizi igenici, in molte coloniche erano costituiti
dalla concimaia; solo all'inizio del secolo furono costruiti gabinetti alla
turca, posti esternamente alla fine di un corridoio.
Ritorniamo al nostro capoccia. La sua istruzione difficilmente aveva una
base scolastica, qualcuno aveva fatto la I elementare ed era in grado di
scrivere e fare di conto, la maggior parte niente: c'era da lavorare e la
scuola era un lusso da ... signori.
Il lavoro di un ragazzo era utile anche a sei anni. Ho conosciuto un
capoccia che a 5 anni con il suo marroncino mi diceva di aver spianato un
"ciglio". La sua cultura era la saggezza del popolo, le sue nozioni
gli
erano state tramandate dai genitori e nonni. Egli era un ottimo meteorologo,
anche qui lo avevano aiutato gli ascendenti, facendogli osservare il cielo.
Era in gradoguardando il sole di dare l'ora con una approssimazione di 10-15
minuti. Gli orologi in campagna erano rarissimi, la famiglia aveva nella
camera del capoccia una vecchia sveglia, quelli da polso erano per i padroni
od i fattori.
Politicamente il nostro capoccia era su una linea leggermente progressista,
gli anni e l'esperienza gli avevato tolto velleità rivoluzionarie (queste
erano passate ai figli e nipoti). Si faceva poche illusioni sull'uomo,
sapeva che si era separato dagli scimpanzé appena 6 milioni di anni prima.
Sapeva che era una scimmia progredita e basta sempre avido di soldi e pronto
a scannare la controparte quando aveva il coltello dalla parte del manico.
Credeva fermamente nell'influsso della luna sulle semine. Io non ci ho mai
badato molto, ma avevano ragione questi capoccia: se la luna smuove maree
di
metri può benissimo influenzare la crescita della piante che sono poca cosa
rispetto al mare.
Il capoccia era abbastanza religioso e partecipava alle processioni
salmodiando, come pure alle varie feste del ringraziamento per i raccolti,
probabilmente in gioventù lo era stato di meno.
Non sempre i rapporti con la direzione della fattoria andavano per il verso
giusto e poteva succedere che la famiglia colonica disdettasse il rapporto
di mezzadria oppure che fosse la fattoria, scontenta del colono, a
disdettarlo.
In tal caso, il vecchio capoccia adocchiava un podere nel raggio di 20-25
km
che sapeva privo della famiglia colonica. Egli si recava presso il fattore
a
richiedere quel podere, precisando l'esatta composizione della sua famiglia.
Molte donne erano un handicap, in quanto si sarebbero maritate andando via
dal podere, piuttosto erano graditi tanti figli maschi.
II fattore al mercato di Firenze prendeva le informazioni tramite i vari
sensali, che sapevano sempre vita morte e miracoli di tutti i coloni e poi
gli comunicava la risposta.
Questi scambi fino agli anni Quaranta erano più l'eccezione che la regola.
La maggior parte dei coloni nasceva e moriva nella stessa casa.
Il nostro capoccia era sempre un passabile "annestino", non era
bravo come
quello di fattoria però sapeva inserire rametti o occhi (gemme) di una
varietà di una pianta su di un'altra, sempre della stessa specie. Dato che
in gioventù era stato in tanti casi bifolco, era anche un po' veterinario
e
sapeva come controllare la vagina di una vacca per vedere se aveva malattie
e comprare le giuste medicine, come pure notare se i bovi camminavano male
perché gli faceva male una spalla per gli sforzi fatti. In questo caso
sapeva come fare applicando un impiastro di argilla purissima con aceto.
La quasi totalità dei capoccia erano anche cacciatori: il cane oltre che per
la selvaggina serviva per fare la guardia alla casa colonica.
A questo punto non mi resta che raccontare la storia di tre capoccia fra i
tanti conoscuti.
Primo capoccia: Mandrie 1937-1947
Secondo capoccia: Mugello primavera 1950
Terzo capoccia: Valdarno autunno/inverno 1950
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